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Urban Art – Milano Spazio Arnaout

In occasione della mostra artistica a Milano allo Spazio Arnaout espongo un nuovo concetto di lavoro le cui radici  si trovano in Opsis il lavoro presentato a Venezia.In questo nuovo progetto, lascio la carta fotografica per dare rilievo a questa opera attraverso materiali nuovi e ricercati, mi riferisco in modo particolare all’affresco digitale che in questo lavoro trova a mio avviso la sua collocazione espressiva, realizzato  artigianalmente dalla società’ Lizea appositamente per questa opera.

 

Testo criticoL’indagine fotografica di Paola Rizzi affonda le radici in   tematiche legate all’identità degli spazi urbani dimenticati per esplorare Il tempo e i ricordi  che sono ancora una volta i soggetti prediletti all’autrice, argomenti che ha affrontato piu’ volte anche nelle sue ricerche sociali. Questa volta l’aspetto caratterizzante del progetto si incentra sulle porte , passaggi metaforici di vita che nel trovare abbinamenti ai numeri civici induce  a considerare l’aspetto di come la vita sia in continuo movimento e non si ripeta mai uguale a se stessa. In sintesi , alla “porta” Paola affida il concetto di movimento da uno stato dell’essere ad un’altro e in questa nuova atmosfera che, secondo l’autrice, la memoria viene spinta  ad elaborare nuove tracce cosi’ da poterle trattenere come ricordo; ricordo che molto spesso viene affidato ai numeri.Ad ogni numero è associata una vibrazione particolare. La nostra esistenza stessa è scandita da numeri a cui siamo legati anche sotto forma di date, esistono un’infinità di numeri che trasmettono messaggi e ricordi. Ai due pezzi “interi”stampati su uno strato di affresco realizzato artigianalmente  si abbinano singole porte stampate su cemento da collezionare o regalare sapendo di offrire un pensiero unico.

 

Amore, sostantivo plurale |Before The Flood – Punto di non ritorno

Quando Erika Lacava propose questa mostra mi incuriosì’  molto titolo e, l’amore inteso nelle sue totali e piu’ ampie visioni, poter esprimere il proprio concetto e idea di amore attraverso la fotografia già un’emozione. Nasce cosi’ questo piccolo trittico nel quale ho voluto provare a contaminare l’immaginefotografica attraverso il metodo  shibori ,  un’antica tecnica giapponese per la tintura dei tessuti ancora poco conosciuta in Occidente. Nello shibori i tessuti vengono legati e manipolati, oppure protetti in altri modi, prima di venire immersi nel bagno di tintura, cosi’ ho fatto con la stampa fotografica realizzata in questo caso specifico su una speciale carta di riso. Ricercavo la casualità di quei segni che avrebbero intaccato l’immagine per sempre.

Nelle parole di Marco Bisotti , che prendo in prestito si sintetizza il mio modo di vedere l’amore , quello vero, quello che travolge “Credo che l’amore abbia un punto di non ritorno, un punto che una volta varcato non ci permette di tornare indietro. E’ in quel preciso istante che ci si spoglia dei vestiti razionali e ci si tuffa in mare, dimenticando il salvacuore, anche se non sappiamo nuotare. E forse quel punto ogni volta diventa l’incoscienza più preziosa della nostra vita”

La luna blu Marco Bisotti

COMUNICATO STAMPA

AMORE, SOSTANTIVO PLURALE

a cura di Erika Lacava 14 – 17 Marzo 2019

Inaugurazione: giovedì 14 Marzo, ore 18.30

Arnaout Spazio Arte

Viale Abruzzi 90, Milano MM1-MM2 Loreto

Giovedì 14 Marzo alle ore 18.30, presso Arnaout Spazio Arte, Milano, inaugura la mostra “Amore, sostantivo plurale” a cura di Erika Lacava.

Frutto di una riflessione sui significati plurimi della parola “amore”, indagati e isolati da 20 artisti scelti per le loro caratteristiche differenti, la mostra si propone di rappresentare, attraverso la dialettica di differenza e ripetizione cara a Deleuze, la difformità contenuta all’interno di una singola parola usata abitualmente nei suoi significati differenti, tutti rappresentanti sentimenti immensi.

Dall’amore nel senso tradizionale per il proprio compagno/a, alla sua estensione in senso fisico, scisso da quello affettivo, nel sesso. Dall’amore che diventa possesso e a volte violenza, all’amore invece idealizzato, platonico e sospirato. Dall’amore incondizionato per i figli, di una tenerezza infinita, all’amore per il prossimo. Dall’amore divino per il creato a quello per le proprie passioni, fino all’amor proprio che è rispetto e dignità di sé.

Così come significati così diversi sono racchiusi in un solo e unico lemma, il parametro comune alle differenti opere presentate è la cornice, modello Ikea Ribba, eletta contenitore il più neutro possibile e reperibile in un negozio dalla diffusione più ampia possibile, atta a ospitare contenuti quanto più differenti. Grazie all’uniformità della cornice e alla sua ripetizione modulare, emerge ancor più chiara la differenza tra i singoli autori, rafforzata nel ritmo dalla disposizione in verticale delle opere in dittici o trittici.

Passare in rassegna le file di opere sarà come scorrere le righe di un dizionario alla voce“amore”, fermandosi a riflettere su ogni singolo significato proposto.

Amore, creatura fragile e delicata, simile alle piccole lune di Michela Baldi, una sospesa, come l’equilibro precario dell’amore, e una parzialmente velata di rosso, come un sentimento protetto e parzialmente mostrato. Impermanente come l’haiku del poeta e mistico Moritake che giace nel palmo della mano di Lia Bottanelli, correndo lungo le linee del cuore, della testa e della vita, in dittico con le definizioni del termine “carezza” di J.P. Sartre.

Il prendersi cura è il sostenere l’altro su di sé e tenere la sua anima tra le mani per il giovaneFederico Montesano, mentre l’amore totale, senza limiti, dell’artista veneto Giulio Malfer è una ragazza dai capelli corvini che riempie lo spazio con i suoi seni abbondanti e non lascia scampo al pensiero razionale. Luisa Cittone, illustratrice, rende con pochi tratti di grafite la tensione erotica dei corpi abbracciati, mentre quelli ritagliati e incollati dall’artista romano Mauro Molinari sono quasi trasformati e sfigurati in piatte figure bidimensionali. Amore in bilico tra ideale e passionale è invece quello rappresentato dalla toscana Elisa Zadi, in un dittico ispirato all’”Amor Sacro e Amor

Profano” di Tiziano, legato con un filo rosso-amore a simboleggiare il legame, non sempre intuito ma inscindibile, tra questi due aspetti dell’amore.

L’amore è un giardino” è il titolo delle opere a quattro mani della ceramista Margrieta Jeltema e della fashion designer Valeria Chernova che propongono giardini di delizie in stile rococò dai dettagli finissimi, con vasi, fiori e uccelli appollaiati sui rami, paesaggio ideale per gli sguardi sognanti dei “giardini platonici” del torinese Daniele Bianco che raccontano di spazi recintati e protetti dal mondo, a cui solo gli amanti possono accedere.

Il trittico di fotografie delle acque piegate e riaperte, in cui ci si tuffa senza il “salvacuore”, lasciano la traccia rossa dei ricordi nelle opere della fotografa Paola Rizzi, mentre nelle opere di Simonetta Testa l’amore tesse lunghi grovigli di fili intorno e dentro le immancabili lettere d’amore, nelle differenti fasi dell’innamoramento, della passione e del per sempre. Lo squalo, la manta e il serpente della giovane artista Giulia Lazzaron, disegnati nell’oceano del suo occhio ingrandito, mostrano quanto un microcosmo possa somigliare a un universo, e il suo amore per il creato, mentre l’amore fraterno compare nella coppia di lavori del trevisano Stefano Martignago in un abbraccio di umanità tra due senzatetto addormentati.

Opere che vanno oltre il limite della cornice sono la grande scultura di Marisa Vanetti, inno a un amore incondizionato, trasversale, transgender, trans-umano, al di là delle differenze di genere, di razza umana o animale, minerale e vegetale, e le piccole lanterne in ferro forato di Mauro Pinotti, che, dandosi luce a vicenda, danno origine a un amore.

Il pane ricamato di Camilla Marinoni propone la forma anatomica del cuore, organo centrale della vita e delle passioni, così come il pane è alimento quotidiano delle nostre vite. Fortemente simbolica anche l’opera “Confini” dell’artista sarda Maria Jole Serreli, una frattura in un piatto che non può più essere sanata, e resta lì, a segnare il limite delle reciproche vite, che un nuovo filo ha provveduto a ricucire, ognuna individualmente.

Paola Pietrogrande sceglie invece per un’installazione a soffitto la forma-simbolo inflazionata del cuore per rendere il concetto universale di astrazione, ma scomponendola in tasselli che indicano il battito e il respiro dell’amore. Fuori formato, infine, il trittico dell’artista siciliana Milena Nicosia, metafora del sentimento di amore e odio per la sua terra, nella nostalgia di fiori che si trasformano in rovi a minacciare il suo vestito da bambina, e il quadro astratto di Marta Bonaventura, rosso come il colore comunemente legato al sentimento dell’amore.

Venerdì 15 Marzo alle 18.30 sarà ospite in un evento collaterale alla mostra Alice Zannoni, autrice di “L’arte contemporanea spiegata a mia nonna”, che racconterà al pubblico il suo particolare rapporto di amore con nonna Zita che ha dato origine al libro.

La mostra resterà aperta fino a Domenica 17 Marzo con i seguenti orari:

Ven-Sab-Dom: ore 11.00-13.00 e 15.30-18.30 Altri orari su appuntamento

Viale Abruzzi 90, Milano

UFFICIO STAMPA:

www.m2fcommunication.it m2fcommunication@gmail.com

Before The Flood – Punto di non ritorno
A vedere il mare portaci chi ti sa capire senza parlarestampa su carta di riso 24×24 cm dipinto a china

 

Io sono qui

New Delhi e Rajastan

India, dicembre 2015 per un fotografo viaggiare non sempre vuol dire girare per il mondo, viaggiare è uno stato mentale che ti porta lontano anche sotto casa. E’ infatti cosi che scopro giornalmente cose nuove nel mio quotidiano e non sento quasi più la necessità di avere la mia macchina fotografica quando le vacanze mi portano in qualche posto nuovo. Cosi’ è stato in India, ti travolge i sensi, tutti…la vista si intasa, l’olfatto si  stordisce, il gusto rimane rapito dai mille sapori, l’udito…beh…l’udito cerca disperatamente il silenzio e il tatto si perde nella morbidezza dei tessuti. In tutto questa esplosione la vista rimane impoverita, vaga, cerca vede ma non mette a fuoco, cerca immagini che non siano quelle che ha già visto. La mia India, il mio piccolo  pezzo di India, vista in pochi giorni ma che ha lasciato intatto i sogni che l’accompagnavano da anni. La mia India, fatta di immagini attraverso le quali non voglio raccontare un popolo, una terra e tantomeno i sapori …ma solo le mie sensazioni e le mie sensazioni si sa,  hanno un anima bianca e nera.

 

 

ph Paola Rizzi

 

 

Project 365 Civico8Galleria -iphonmania

Iniziare questa intervista mi emoziona: mi rende frizzante come l’aria di marzo, ma anche rigida come il freddo di gennaio.  

Emozionata perché so che andrò a scoprire l’anima più profonda di Paola, attraverso i suoi scatti; da sempre la ammiro, sia come persona che come fotografa, ma solo attraverso questo progetto ho finalmente avuto modo di vedere con i miei occhi, quante sono le sfumature che la compongono.

E’ una donna molto decisa e carismatica, ma estremamente dolce che quando sorride ti convince a fare qualsiasi cosa; con i suoi scatti, invece, ti apre gli occhi su mondi che mai avresti notato, su quelle piccole realtà che incontri ogni giorno ma che non riesci a vedere.

Questo progetto ci ha permesso di entrare in una condizione di complicit à che va al di là della sfera professionale, abbiamo lavorato braccio braccio per una settimana, dall’ora della colazione all’ora di cena, e tra pochi giorni il progetto a cui abbiamo tanto lavorato sar à pronto: ecco perché tanta emozione.

“Project 365” è, per Paola, un progetto intimo, personale, a cui ha lavorato per più di un anno e che poi ha affidato a me per poterlo presentare al pubblico; conosco bene questo progetto, ma intervistarla per approfondire le motivazioni che l’hanno spinta ad iniziare questo cammino lungo 365 scatti.

Com’è nata l’idea di fotografare ogni giorno?   

Un amico fotografo aveva iniziato, prima di me, l’esperienza del 365, ma con il vincolo di pubblicare le sue foto ogni giorno su un blog. Questo ha fatto sì che arrivato alla fine del percorso, il progetto gli pesasse alquanto e lo facesse sentire costretto a scattare immagini, nonostante la notevole crescita evidente col passare degli scatti.

Io ho raccolto la sfida, ma l’ho legata anche allo strumento: il mio iPhone.



L’iPhone? Come mai, avendo a disposizione strumenti sofisticati, hai deciso di utilizzare uno mezzo di uso quotidiano?

L’arte cambia ogni giorno, la fotografia cambia in ugual modo, ed è dunque compito del fotografo sfruttare tutti i mezzi di cui può disporre, anche di quelli più comuni.

Come l’abito non fa il monaco, non è certo lo strumento a fare il fotografo! La sensibilità, l’attenzione al dettaglio e la curiosità nei confronti del mondo, non sono impliciti allo strumento, ma sono ciò che caratterizza un buon fotografo.

Anche le più importanti agenzie fotografiche mondiali stanno ormai assegnando prestigiosissimi premi a servizi fotografici realizzati con lo smartphone. Non si parla di immagini, ma di emozioni che un individuo riesce a trasmettere ad un altro, soprattutto sconosciuto. E’ un po’ come con le barzellette: se hai bisogno di spiegarle, non sei riuscito nel tuo intento.

 

Sei partita dal primo giorno del 2014 e hai fotografato, ogni giorno, fino al 31 dicembre. Non ti sei mai annoiata?

Si, ho deciso di partire proprio dal primo gennaio perch é il 2014 è l’anno che dai 49, mi ha portato ai 50 anni, quindi un anno importante, di cui volevo ricordare ogni singolo istante.

Troppo spesso scattiamo fotografie solo durante le vacanze o in occasioni speciali, come se solo in quei momenti ci fosse qualcosa da ricordare.

La verità è che ogni giorno noi abbiamo giornate piene di emozioni, di piccoli gesti quotidiani, anche di piccole e grandi arrabbiature che vale sempre la pena di ricordare, poiché ognuno di noi è il frutto delle esperienze e delle giornate che vive.

 

Per una donna l’età è un argomento taboo, una domanda che addirittura il bon ton consiglia di evitare nei riguardi di una signora; come mai tu hai voluto legare un’intera mostra alla tua et à svelandola al grande pubblico?

(Ride). Io sono Paola, e ho 50 anni. Sono fiera di avere 50 anni, sono orgogliosa di ciò che sono, di quello che ho fatto durante la mia vita, senza rimorsi o rimpianti, quindi perché dovrei nascondere la mia età ?

All’interno della mostra ci sono 26 scatti segreti: quanto di te è nascosto in quelle immagini?

Molto. Ogni giorno ho scattato almeno una fotografia, ma in alcuni giorni le emozioni erano tante e ho deciso di conservare un ricordo in più, ma era troppo intimo per essere svelato a chiunque.

Il segreto è da sempre una condizione che stimola l’essere umano poiché per conservarlo è necessario che si crei un rapporto di complicità assoluta, un legame di fiducia che va oltre il tempo e lo spazio.

Celando queste immagini, solo chi vorrà davvero scoprire – e dunque conservare – il segreto potrà vedere lo scatto; in questo modo ci sar à un legame speciale tra me e l’osservatore.

 

Qual è il tuo rapporto con il pubblico?

Limpido. O almeno mi piacerebbe fosse sempre così. Amo il pubblico interessato, spinto ad entrare dalla curiosit à , ma che si appassiona immediatamente e cerca il dialogo, cerca l’approfondimento e soprattutto vuole conoscere l’autore.

Ho visto sui muri il graffito senza l’arte avremmo bisogno di troppe spiegazioni e credo sia vero, dunque non cerco necessariamente domande tecniche sul mio lavoro, ma un rapporto diretto con le persone che si emozionano osservando i miei scatti. Ognuno lascia una parte di sé, e ognuno si arricchisce sempre di più in questo scambio, dunque direi che limpido è l’aggettivo più adatto, poiché anche se mi si muove una critica, purché sia costruttiva, mi arricchisce.

 

Una mostra complessa, di forte impatto, perché hai deciso che le foto fossero sospese?

Le mostre fotografiche sono sempre molto delicate, poiché basta poco per renderla banale.

Il formato Polaroid è, inoltre, un formato molto piccolo, dunque difficile da esporre se non in cornici molto grandi, ma questo mi avrebbe reso impossibile esporre 365 scatti… mi sarebbe servito un hangar! (ride).

Inoltre, come fattore ideale, c’è anche la condizione “sospesa” dell’attimo nel tempo, dunque è come se la location fosse tutto il tempo di un anno, e i miei scatti i momenti sospesi, fissati per sempre.

 

Se la mostra fosse una frase… quale sarebbe?

In assoluto quella di Daniel Pennac: Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare, per non smettere di guardare.



 

27 Settembre – 4 ottobre 2015

“PROJECT 365”

Paola Rizzi

 

CIVICO8galleria

Via Carrobbio,8

27029 Vigevano PV

 

LA STAMPA : Mostra fotografica project 365

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