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Paratissima15 Torino con IO Esploro a cura di Erika Lacava

 

Gabriele Buratti, Davide Oddenino, Mauro Pinotti, Stefano Porfirio, Paola Rizzi

a cura di Erika Lacava

30 Ottobre – 3 Novembre 2019

sezione I.C.S.

PARATISSIMA Torino

Zaira, Cloe, Zenobia, Trude, Leonia… Quanto conta che le città di Calvino siano reali? Città in cui le case si confondono l’un l’altra, le strade e i negozi si equivalgono. La gente non si saluta, tutta identica a se stessa. Città che si rinnovano ogni giorno con acquisti sfolgoranti, che rovesciano sul bordo della strada gli avanzi di ieri. In questi scenari futuristici per un romanzo del 1972 ritroviamo le città di oggi, iper-globalizzate, con i centri appiattiti su un identico, unico modello di commercio possibile. Città che non si voltano indietro per valorizzare il proprio passato, intente solo alla sopravvivenza dell’oggi, nel disperato tentativo di salvare se stesse dal divenire nulla domani. In questa minaccia autodistruttiva di produzione e consumo ininterrotti, in cui riecheggia la fine del capitalismo secondo le teorie di Marx, se potessimo fermarci anche solo un istante potremmo vedere l’inizio della fine e trovare forse la via d’uscita. “Cercare”, per citare Italo Calvino, “e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. 

Le analisi dei cinque artisti si intrecciano in scenari ora apocalittici ora perfettamente descrittivi di una realtà postindustriale e postmoderna, che non ha più nell’uomo la sua misura, perché la misura ha sovrastato l’umano. Fin dove si estentono i confini dell’Impero? Dove inizia e finisce Pentesilea? Come nelle “Città invisibili” di Calvino, lo spettatore, nelle vesti di Kublai Khan, sarò portato a esplorare il suo stesso impero, su cui domina ma che non conosce realmente, attravero i resoconti degli artisti, novelli Marco Polo. 

“Casamenti pallidi che si danno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie in lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembrano indicare che di là in poi le maglie della città si restringono”.

Il “Futuro semplice” di Mauro Pinotti, con i suoi edifici fitti in ferro arrugginito e cemento, si presenta come una città impenetrabile, chiusa ed eterna, deserta di ogni presenza umana. Perfettamente allineati in blocchi di casermoni o arroccati su alture improbabili, gli edifici di Pinotti sono corrosi dal tempo, mangiati dalle intemperie a cui, nonostante tutto, resistono. 

Ma come appaiono le nostre abitazioni viste dall’alto, da uno sguardo altro? Come differenziare una città dall’altra, una casa dall’altra, senza poterne vedere dall’interno l’aspetto? Quanto ci siamo uniformati l’uno all’altro, fino a rendere le nostre città blocchi di costruzioni fittizie, in cui una casa vale l’altra, una vita, forse, vale l’altra?

“I sobborghi che mi fecero attarversare non erano diversi da quegli altri, con le stesse case gialline e verdoline. Puoi riprendere il volo quando vuoi, mi dissero, ma arriverai a un’altra Trude”.

I lavori di Davide Oddenino, architetto, mostrano una prospettiva delle città presa dallo Zenit, una prospettiva meccanica, non umana, in cui svanisce ogni forma di differenziazione. Da questo punto di vista la città appare perfetta come in un gioco di costruzioni, astratta e affascinante come un quadro di Mondrian, ma per l’uomo sempre più inospitale.

E cosa resta del passato umano? Dove sono le tracce, la memoria?

“Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole”.

Le opere presentate da Paola Rizzi sono sequenze di porte di edifici abbandonati, dove il tempo dell’abitare resta solo come traccia lasciata sulle case. Muri scrostati, porte sbarrate, edera sui muri: abitazioni seriali, tutte simili l’una all’altra eppure così diverse per via di un particolare che sfugge all’occhio distratto. Abbiamo ancora la capacità di osservare, di riconoscere il particolare, di ricordare cosa rende un luogo unico e speciale? Le opere sono stampate su supporti murali, come affreschi, e su cemento poggiato su legno fossile, a sottolineare la traccia del tempo.

“Relegata per lunghe ere in nascondigli appartati, da quando era stata spodestata dal sistema delle specie ora estinte, l’altra fauna tornava alla luce dagli scantinati della biblioteca dove si conservano gli incunaboli, spiccava salti dai capitelli e dai pluviali, s’appollaiava al capezzale dei dormienti. Le sfingi, i grifi, le chimere, i draghi, gli ircocervi, le arpie, le idre, i liocorni, i basilischi riprendevano possesso della loro città”.

Grattacieli così grandi da oscurare il cielo li troviamo nei lavori di Gabriele Buratti, dove l’uomo lascia il posto all’animale, che imponente e libero gira su strade aperte tra le case e ora lasciate deserte, senza scopo. Come un ritorno della natura, un confronto tra specie viventi dove è l’uomo, definitivamente, a soccombere e la natura a ritornare.

La natura, per come la viviamo oggi, è un intervallo tra le città, una pausa di riflessione, un respiro tra le attività quotidiane. Non c’è coinciliazione possibile perché l’appetito dell’uomo è insaziabile.  La deforestazione, l’inquinamento che sta distruggendo non solo la natura, ma l’uomo stesso, ne causerà un giorno la scomparsa. 

“Tu mi rimproveri perché ogni mio racconto ti trasporta nel bel mezzo d’una città senza dirti dello spazio che s’estende tra una città e l’altra: se lo coprano mari, campi di segale, foreste di larici, paludi”.

Come contaminate da un virus letale, le radici degli alberi di Stefano Porfirio hanno mutato colore, divenendo rosso sangue, allargandosi al suolo come tentacoli turgidi e minacciosi. Come vene improvvisamente esplose, con un immenso allagamento del terreno circostante, come un’ernorme ferita della terra, gli alberi di Stefano Porfirio crescono come un cancro nelle foreste naturali, non lasciando più spazio al ciclo della vita. Soffocano, con il loro colore alieno, ogni crescita vegetale, rendendo impossibile la vita animale, e, da ultimo, quella dell’uomo.

art gallery:

https://artgallery.paratissima.it/ricerca/tutte-le-tipologie/tutti-i-prezzi/paola%20rizzi

link collegati:

https://www.mentelocale.it/torino/articoli/81575-multiverso-paratissima-ex-accademia-artiglieria-torino.htm

Amore, sostantivo plurale |Before The Flood – Punto di non ritorno

Quando Erika Lacava propose questa mostra mi incuriosì’  molto titolo e, l’amore inteso nelle sue totali e piu’ ampie visioni, poter esprimere il proprio concetto e idea di amore attraverso la fotografia già un’emozione. Nasce cosi’ questo piccolo trittico nel quale ho voluto provare a contaminare l’immaginefotografica attraverso il metodo  shibori ,  un’antica tecnica giapponese per la tintura dei tessuti ancora poco conosciuta in Occidente. Nello shibori i tessuti vengono legati e manipolati, oppure protetti in altri modi, prima di venire immersi nel bagno di tintura, cosi’ ho fatto con la stampa fotografica realizzata in questo caso specifico su una speciale carta di riso. Ricercavo la casualità di quei segni che avrebbero intaccato l’immagine per sempre.

Nelle parole di Marco Bisotti , che prendo in prestito si sintetizza il mio modo di vedere l’amore , quello vero, quello che travolge “Credo che l’amore abbia un punto di non ritorno, un punto che una volta varcato non ci permette di tornare indietro. E’ in quel preciso istante che ci si spoglia dei vestiti razionali e ci si tuffa in mare, dimenticando il salvacuore, anche se non sappiamo nuotare. E forse quel punto ogni volta diventa l’incoscienza più preziosa della nostra vita”

La luna blu Marco Bisotti

COMUNICATO STAMPA

AMORE, SOSTANTIVO PLURALE

a cura di Erika Lacava 14 – 17 Marzo 2019

Inaugurazione: giovedì 14 Marzo, ore 18.30

Arnaout Spazio Arte

Viale Abruzzi 90, Milano MM1-MM2 Loreto

Giovedì 14 Marzo alle ore 18.30, presso Arnaout Spazio Arte, Milano, inaugura la mostra “Amore, sostantivo plurale” a cura di Erika Lacava.

Frutto di una riflessione sui significati plurimi della parola “amore”, indagati e isolati da 20 artisti scelti per le loro caratteristiche differenti, la mostra si propone di rappresentare, attraverso la dialettica di differenza e ripetizione cara a Deleuze, la difformità contenuta all’interno di una singola parola usata abitualmente nei suoi significati differenti, tutti rappresentanti sentimenti immensi.

Dall’amore nel senso tradizionale per il proprio compagno/a, alla sua estensione in senso fisico, scisso da quello affettivo, nel sesso. Dall’amore che diventa possesso e a volte violenza, all’amore invece idealizzato, platonico e sospirato. Dall’amore incondizionato per i figli, di una tenerezza infinita, all’amore per il prossimo. Dall’amore divino per il creato a quello per le proprie passioni, fino all’amor proprio che è rispetto e dignità di sé.

Così come significati così diversi sono racchiusi in un solo e unico lemma, il parametro comune alle differenti opere presentate è la cornice, modello Ikea Ribba, eletta contenitore il più neutro possibile e reperibile in un negozio dalla diffusione più ampia possibile, atta a ospitare contenuti quanto più differenti. Grazie all’uniformità della cornice e alla sua ripetizione modulare, emerge ancor più chiara la differenza tra i singoli autori, rafforzata nel ritmo dalla disposizione in verticale delle opere in dittici o trittici.

Passare in rassegna le file di opere sarà come scorrere le righe di un dizionario alla voce“amore”, fermandosi a riflettere su ogni singolo significato proposto.

Amore, creatura fragile e delicata, simile alle piccole lune di Michela Baldi, una sospesa, come l’equilibro precario dell’amore, e una parzialmente velata di rosso, come un sentimento protetto e parzialmente mostrato. Impermanente come l’haiku del poeta e mistico Moritake che giace nel palmo della mano di Lia Bottanelli, correndo lungo le linee del cuore, della testa e della vita, in dittico con le definizioni del termine “carezza” di J.P. Sartre.

Il prendersi cura è il sostenere l’altro su di sé e tenere la sua anima tra le mani per il giovaneFederico Montesano, mentre l’amore totale, senza limiti, dell’artista veneto Giulio Malfer è una ragazza dai capelli corvini che riempie lo spazio con i suoi seni abbondanti e non lascia scampo al pensiero razionale. Luisa Cittone, illustratrice, rende con pochi tratti di grafite la tensione erotica dei corpi abbracciati, mentre quelli ritagliati e incollati dall’artista romano Mauro Molinari sono quasi trasformati e sfigurati in piatte figure bidimensionali. Amore in bilico tra ideale e passionale è invece quello rappresentato dalla toscana Elisa Zadi, in un dittico ispirato all’”Amor Sacro e Amor

Profano” di Tiziano, legato con un filo rosso-amore a simboleggiare il legame, non sempre intuito ma inscindibile, tra questi due aspetti dell’amore.

L’amore è un giardino” è il titolo delle opere a quattro mani della ceramista Margrieta Jeltema e della fashion designer Valeria Chernova che propongono giardini di delizie in stile rococò dai dettagli finissimi, con vasi, fiori e uccelli appollaiati sui rami, paesaggio ideale per gli sguardi sognanti dei “giardini platonici” del torinese Daniele Bianco che raccontano di spazi recintati e protetti dal mondo, a cui solo gli amanti possono accedere.

Il trittico di fotografie delle acque piegate e riaperte, in cui ci si tuffa senza il “salvacuore”, lasciano la traccia rossa dei ricordi nelle opere della fotografa Paola Rizzi, mentre nelle opere di Simonetta Testa l’amore tesse lunghi grovigli di fili intorno e dentro le immancabili lettere d’amore, nelle differenti fasi dell’innamoramento, della passione e del per sempre. Lo squalo, la manta e il serpente della giovane artista Giulia Lazzaron, disegnati nell’oceano del suo occhio ingrandito, mostrano quanto un microcosmo possa somigliare a un universo, e il suo amore per il creato, mentre l’amore fraterno compare nella coppia di lavori del trevisano Stefano Martignago in un abbraccio di umanità tra due senzatetto addormentati.

Opere che vanno oltre il limite della cornice sono la grande scultura di Marisa Vanetti, inno a un amore incondizionato, trasversale, transgender, trans-umano, al di là delle differenze di genere, di razza umana o animale, minerale e vegetale, e le piccole lanterne in ferro forato di Mauro Pinotti, che, dandosi luce a vicenda, danno origine a un amore.

Il pane ricamato di Camilla Marinoni propone la forma anatomica del cuore, organo centrale della vita e delle passioni, così come il pane è alimento quotidiano delle nostre vite. Fortemente simbolica anche l’opera “Confini” dell’artista sarda Maria Jole Serreli, una frattura in un piatto che non può più essere sanata, e resta lì, a segnare il limite delle reciproche vite, che un nuovo filo ha provveduto a ricucire, ognuna individualmente.

Paola Pietrogrande sceglie invece per un’installazione a soffitto la forma-simbolo inflazionata del cuore per rendere il concetto universale di astrazione, ma scomponendola in tasselli che indicano il battito e il respiro dell’amore. Fuori formato, infine, il trittico dell’artista siciliana Milena Nicosia, metafora del sentimento di amore e odio per la sua terra, nella nostalgia di fiori che si trasformano in rovi a minacciare il suo vestito da bambina, e il quadro astratto di Marta Bonaventura, rosso come il colore comunemente legato al sentimento dell’amore.

Venerdì 15 Marzo alle 18.30 sarà ospite in un evento collaterale alla mostra Alice Zannoni, autrice di “L’arte contemporanea spiegata a mia nonna”, che racconterà al pubblico il suo particolare rapporto di amore con nonna Zita che ha dato origine al libro.

La mostra resterà aperta fino a Domenica 17 Marzo con i seguenti orari:

Ven-Sab-Dom: ore 11.00-13.00 e 15.30-18.30 Altri orari su appuntamento

Viale Abruzzi 90, Milano

UFFICIO STAMPA:

www.m2fcommunication.it m2fcommunication@gmail.com

Before The Flood – Punto di non ritorno
A vedere il mare portaci chi ti sa capire senza parlarestampa su carta di riso 24×24 cm dipinto a china

 

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