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Project 365 Civico8Galleria -iphonmania

Iniziare questa intervista mi emoziona: mi rende frizzante come l’aria di marzo, ma anche rigida come il freddo di gennaio.  

Emozionata perché so che andrò a scoprire l’anima più profonda di Paola, attraverso i suoi scatti; da sempre la ammiro, sia come persona che come fotografa, ma solo attraverso questo progetto ho finalmente avuto modo di vedere con i miei occhi, quante sono le sfumature che la compongono.

E’ una donna molto decisa e carismatica, ma estremamente dolce che quando sorride ti convince a fare qualsiasi cosa; con i suoi scatti, invece, ti apre gli occhi su mondi che mai avresti notato, su quelle piccole realtà che incontri ogni giorno ma che non riesci a vedere.

Questo progetto ci ha permesso di entrare in una condizione di complicit à che va al di là della sfera professionale, abbiamo lavorato braccio braccio per una settimana, dall’ora della colazione all’ora di cena, e tra pochi giorni il progetto a cui abbiamo tanto lavorato sar à pronto: ecco perché tanta emozione.

“Project 365” è, per Paola, un progetto intimo, personale, a cui ha lavorato per più di un anno e che poi ha affidato a me per poterlo presentare al pubblico; conosco bene questo progetto, ma intervistarla per approfondire le motivazioni che l’hanno spinta ad iniziare questo cammino lungo 365 scatti.

Com’è nata l’idea di fotografare ogni giorno?   

Un amico fotografo aveva iniziato, prima di me, l’esperienza del 365, ma con il vincolo di pubblicare le sue foto ogni giorno su un blog. Questo ha fatto sì che arrivato alla fine del percorso, il progetto gli pesasse alquanto e lo facesse sentire costretto a scattare immagini, nonostante la notevole crescita evidente col passare degli scatti.

Io ho raccolto la sfida, ma l’ho legata anche allo strumento: il mio iPhone.



L’iPhone? Come mai, avendo a disposizione strumenti sofisticati, hai deciso di utilizzare uno mezzo di uso quotidiano?

L’arte cambia ogni giorno, la fotografia cambia in ugual modo, ed è dunque compito del fotografo sfruttare tutti i mezzi di cui può disporre, anche di quelli più comuni.

Come l’abito non fa il monaco, non è certo lo strumento a fare il fotografo! La sensibilità, l’attenzione al dettaglio e la curiosità nei confronti del mondo, non sono impliciti allo strumento, ma sono ciò che caratterizza un buon fotografo.

Anche le più importanti agenzie fotografiche mondiali stanno ormai assegnando prestigiosissimi premi a servizi fotografici realizzati con lo smartphone. Non si parla di immagini, ma di emozioni che un individuo riesce a trasmettere ad un altro, soprattutto sconosciuto. E’ un po’ come con le barzellette: se hai bisogno di spiegarle, non sei riuscito nel tuo intento.

 

Sei partita dal primo giorno del 2014 e hai fotografato, ogni giorno, fino al 31 dicembre. Non ti sei mai annoiata?

Si, ho deciso di partire proprio dal primo gennaio perch é il 2014 è l’anno che dai 49, mi ha portato ai 50 anni, quindi un anno importante, di cui volevo ricordare ogni singolo istante.

Troppo spesso scattiamo fotografie solo durante le vacanze o in occasioni speciali, come se solo in quei momenti ci fosse qualcosa da ricordare.

La verità è che ogni giorno noi abbiamo giornate piene di emozioni, di piccoli gesti quotidiani, anche di piccole e grandi arrabbiature che vale sempre la pena di ricordare, poiché ognuno di noi è il frutto delle esperienze e delle giornate che vive.

 

Per una donna l’età è un argomento taboo, una domanda che addirittura il bon ton consiglia di evitare nei riguardi di una signora; come mai tu hai voluto legare un’intera mostra alla tua et à svelandola al grande pubblico?

(Ride). Io sono Paola, e ho 50 anni. Sono fiera di avere 50 anni, sono orgogliosa di ciò che sono, di quello che ho fatto durante la mia vita, senza rimorsi o rimpianti, quindi perché dovrei nascondere la mia età ?

All’interno della mostra ci sono 26 scatti segreti: quanto di te è nascosto in quelle immagini?

Molto. Ogni giorno ho scattato almeno una fotografia, ma in alcuni giorni le emozioni erano tante e ho deciso di conservare un ricordo in più, ma era troppo intimo per essere svelato a chiunque.

Il segreto è da sempre una condizione che stimola l’essere umano poiché per conservarlo è necessario che si crei un rapporto di complicità assoluta, un legame di fiducia che va oltre il tempo e lo spazio.

Celando queste immagini, solo chi vorrà davvero scoprire – e dunque conservare – il segreto potrà vedere lo scatto; in questo modo ci sar à un legame speciale tra me e l’osservatore.

 

Qual è il tuo rapporto con il pubblico?

Limpido. O almeno mi piacerebbe fosse sempre così. Amo il pubblico interessato, spinto ad entrare dalla curiosit à , ma che si appassiona immediatamente e cerca il dialogo, cerca l’approfondimento e soprattutto vuole conoscere l’autore.

Ho visto sui muri il graffito senza l’arte avremmo bisogno di troppe spiegazioni e credo sia vero, dunque non cerco necessariamente domande tecniche sul mio lavoro, ma un rapporto diretto con le persone che si emozionano osservando i miei scatti. Ognuno lascia una parte di sé, e ognuno si arricchisce sempre di più in questo scambio, dunque direi che limpido è l’aggettivo più adatto, poiché anche se mi si muove una critica, purché sia costruttiva, mi arricchisce.

 

Una mostra complessa, di forte impatto, perché hai deciso che le foto fossero sospese?

Le mostre fotografiche sono sempre molto delicate, poiché basta poco per renderla banale.

Il formato Polaroid è, inoltre, un formato molto piccolo, dunque difficile da esporre se non in cornici molto grandi, ma questo mi avrebbe reso impossibile esporre 365 scatti… mi sarebbe servito un hangar! (ride).

Inoltre, come fattore ideale, c’è anche la condizione “sospesa” dell’attimo nel tempo, dunque è come se la location fosse tutto il tempo di un anno, e i miei scatti i momenti sospesi, fissati per sempre.

 

Se la mostra fosse una frase… quale sarebbe?

In assoluto quella di Daniel Pennac: Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare, per non smettere di guardare.



 

27 Settembre – 4 ottobre 2015

“PROJECT 365”

Paola Rizzi

 

CIVICO8galleria

Via Carrobbio,8

27029 Vigevano PV

 

LA STAMPA : Mostra fotografica project 365

project 365

PROJECT 365

Personale di Paola Rizzi CIVICO8galleria 26 settembre – 11 ottobre 2015

Quante cose accadono nell’arco di 365 giorni? Quante di quelle cose ricordiamo? Ma soprattutto, di quei 365 giorni, quanti ne abbiamo vissuti realmente? Siamo abituati a vivere in un mondo frenetico, in cui potremmo considerare il presente già come passato, poiché durante ogni attimo siamo già oltre. E, proprio a causa di questa velocità, non sappiamo vedere. Questa totale mancanza di capacità d’osservazione ci porta a scattare fotografie principalmente durante le vacanze, come se solo durante quei giorni di assoluta spensieratezza, divertimento e risate ci fosse davvero qualcosa da ricordare della nostra vita. Peccato siano solo una parte infinitesimale di tutte quelle emozioni che proviamo ogni giorno, di tutti quei piccoli eventi che accadono quotidianamente, e di tutti quei momenti che compongono la nostra storia. Quella vera. Paola Rizzi, dopo aver indagato a lungo sulla vita e sulle emozioni con altri cicli fotografici, arriva oggi a raccontare se stessa in 365 scatti, uno al giorno, nell’anno del suo cinquantesimo compleanno. Non sono soltanto autoritratti da cui potremmo dedurre come è cambiata l’artista in un anno, sotto il puro aspetto esteriore, ma sono scatti dell’anima in cui vengono immortalati attimi vissuti, oggetti che hanno catturato l’attenzione dei suoi occhi, emozioni fugaci o persistenti. Momenti, giorni, vite intere. Due possono essere i filoni tematici di questa personale fotografica: il tempo e il mezzo. Il protagonista del romanzo Revolutionary Road sostiene che la capacità di misurare e suddividere il tempo ci offre una quasi inesauribile fonte di consolazione: come se, misurando il tempo, potessimo trovare sollievo dal dolore dell’esistenza umana. dare un inizio e una fine alle emozioni, senza curarci di viverle realmente. Alquanto cinico. Gli scatti di Paola Rizzi, però, non vogliono essere strumenti di misurazione, ma testimoni di un tempo che è stato, pur portando i suoi effetti ancora nel tempo che è. Hic et nunc. Un anno, giorni passati, emozioni vissute e situazioni svanite che permettono al presente di essere tale, in continuo divenire. Cosa possiamo quindi definire presente? Ogni lasso di tempo non è altro che una nostra proiezione in vite diverse che non ci accorgiamo di vivere. Per questo, attraverso degli scatti potremo conoscere chi siamo stati e chi saremo. Il tema del mezzo è, invece, al centro delle più aspre discussioni tra fotografi: Paola Rizzi ha, infatti, utilizzato un comune smartphone per ognuno degli scatti in mostra. Molti dei fotografi legati ad una corrente di pensiero conservatrice, inorridirà al pensiero di scatti fotografici realizzati attraverso un così banale strumento tecnico, ma la realtà è che il vero fotografo lavora con il cuore , con la testa e con gli occhi, senza aver bisogno di sofisticati mezzi. Ciò che rende uno scatto unico, è la capacità di trasmettere a chi osserva la stessa emozione di chi ha scattato; di regalare a chi non c’era l’emozione di un attimo. Già alcuni anni fa la Magnum “l’agenzia delle agenzie” ha candidato come nuovo membro Michael Brown, uno dei più famosi fotogiornalisti che nel 2011 ha pubblicato un servizio fotografico su National Geographic Magazine, interamente realizzato attraverso il suo Iphone. E dunque, se la più importante agenzia fotografica approva l’evoluzione della fotografia con questi nuovi strumenti, come si può non pensare anacronistica una opposizione? Ciò che fa dell’uomo un fotografo è la capacità di cogliere quell’attimo in cui sta succedendo, e nella nostra quotidianità lo smartphone è l’oggetto che abbiamo sempre con noi. Certo, non possiamo immaginare di ottenere un uguale taglio dell’immagine, non possiamo pensare che un telefono possa sostituire una macchina fotografica, ma possono efficacemente coesistere. Non ci sarà uno strumento giusto ed uno sbagliato, ma due strumenti diversi. Migliaia di scatti diversi. Paola Rizzi, attraverso questa ardita mostra personale ha dimostrato come l’oggetto quotidiano possa farsi interprete della quotidianità. Come ciò che distingue un fotografo da tutti gli altri è la capacità di osservare e di raccontare, non lo strumento che utilizza. Paola Rizzi, come viene definita da un amico, è un cuore con un battito che fa click. Si rispecchia molto in questa definizione poiché nei suoi racconti fotografici ascolta sempre il cuore, che sia suo o di chi viene raccontato attraverso gli scatti. Si definisce una fotografa che guarda e che racconta. Da sempre ha amato la fotografia, ma solo quando tutto le è sembrato perduto, ha deciso di dedicare tutta se stessa a quest’arte, rinunciando a certe canoniche sicurezze.

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